
ART.18, PRECARIATO, POSTO FISSO, AMMORTIZZATORI SOCIALI E SERVIZI PER IL LAVORO:
FUORI DAI LUOGHI COMUNI, PARLIAMO DI CIÒ CHE SERVE!
Alcune opinioni da parte di chi, come me, è coinvolto in tali processi come persona interessata, come operatore del settore e….come precario….
Art. 18. Trovo insensato che una riforma del lavoro parta da questo tema…perché non produce altro che inutili contrapposizioni ideologiche. L’articolo 18 è una prerogativa delle aziende con più di 15 dipendenti..la media degli addetti per azienda in Italia è di 8…quindi non si capisce dove la libertà di licenziamento (che già esiste nelle aziende sotto i 15 dipendenti) favorisca la crescita delle aziende stesse. Quindi si lasci perdere l'articolo 18, perchè se la discussione si incancrenisce su un punto come questo, si pregiudica tutto il resto della riforma….di cui c’è davvero bisogno, ossia la lotta alla disoccupazione e al precariato. Tanto non cambia nulla..le aziende sopra i 15 dipendenti che volevano avere meno vincoli hanno già provveduto a fare le cessioni di ramo d'azienda così che imprese, ad esempio, da 28 dipendenti si sono potute trasformare in due aziende da 14....
Contratti Precari: l’attuale crisi economica ha dimostrato come la flessibilità esasperata, o la cattiva flessibilità…chiamiamola pure precarietà e sfruttamento…con circa 46 tipologie contrattuali non abbiano né retto all’urto delle crisi aziendali (i primi ad andare a casa sono stati i precari) né il minor costo del lavoro ha reso le aziende più competitive. La flessibilità in entrata non è di per sé cattiva…ma solo quando questa poi si trasforma in stabilità, e non in contratti rinnovati di mese in mese, senza garanzie né contributi….questo flessibilità ha un solo nome: sfruttamento.
In tal senso la proposta Nerozzi sul contratto a tutele crescenti, che riprende parte delle idee degli economisti Boeri e Garibaldi, che indennizza in lavoratore in caso di licenziamento nei primi tre anni e che prevede successivamente una stabilizzazione..eliminando tutte le tipologie precarie di lavoro potrebbe essere un buon punto di partenza per risolvere il problema. Le aziende (e gli enti pubblici) che vorranno più flessibilità in entrata, in caso di licenziamento dovranno pargarla. I lavoratori, anche in caso di licenziamento o di non rinnovo del contratto, vedranno indennizzata dal datore di lavoro la propria aspettativa ad un posto stabile. A chi pensa che questa sia la negazione di un diritto rispondo dicendo che un apprendista o un collaboratore a progetto non hanno neppure l’indennità di disoccupazione… *Sullo stesso tema vedere l'articolo su la Voce di Boeri e Garibaldi http://www.lavoce.info/articoli/-lavoro/pagina1002833.html e la proposta Nerozzi http://www.paolonerozzi.it/blog/?p=270
Il mito del posto fisso: beh…in linea di massima è vero che si potrà cambiare lavoro più volte nella vita, che sarà necessario riqualificarsi (perché a imporlo sono la tecnologia ed i cambiamenti globali) e lavorare anche lontano da casa…questo non mette paura a nessuno…molti giovani sono abituatissimi a prenotarsi un volo low cost e a girare l’Europa e il Mondo forse più dell’Italia o a fare corsi di formazione (perché spesso il mercato del lavoro non offre altro). Il problema è un altro semmai…si può cambiare lavoro quando uno il lavoro ce l’ha già…e lo cambia, in genere, per migliorare la propria retribuzione o la propria qualità della vita o la qualità del proprio lavoro! Mi fanno ridere certi soloni che hanno cambiato nella loro vita magari solo il ben remunerato posto da professore ordinario all' università o il proprio posto fisso in Parlamento (c'è gente da oltre 30 anni che siede ininterrottamente sugli scranni romani), ma che di certo non hanno dovuto faticare per vivere….che non hanno dovuto farsi 20 anni di contratti di ricerca nelle università o i precari mal pagati in qualche azienda o pubblica amministrazione..o i cassintegrati o i disoccupati...e che magari pensano di rappresentare i giovani con tale Michel Martone, docente ordinario all’università..arrivato secondo su due al concorso. La vita vera è altro! La vita vera è più difficile.
Senza troppe battute il problema magari non è il posto fisso…ma il LAVORO STABILE..quello che ti permette di arrivare dignitosamente a fine mese e quello che ti consente di chiedere un mutuo o un prestito senza che i genitori garantiscano per te sulla soglia dei 40 anni di età!
Chi si occupa del bene comune, invece che emettere inutili sentenze, si occupi di problemi come questi che sono ben più evidenti e che toccano migliaia di persone..giovani e meno giovani.
Ammortizzatori sociali, disoccupazione e servizi per il lavoro: Veniamo da un triennio in cui si è fatto largo uso (spesso anche abuso) degli ammortizzatori sociali in deroga. Questi hanno riguardato in molte Regioni sia Aziende e lavoratori esclusi dalla CIG ordinaria, utilizzando anche risorse del Fondo Sociale Europeo che hanno consentito (a volte obbligato) i lavoratori a periodi di formazione professionale nei momenti di sospensione dal lavoro. In questi tre anni si sono create quindi tra questi lavoratori anche nuove aspettative che andrebbero messe a sistema, trovando le risorse necessarie e in grado di fornire una protezione sociale a tutti i lavoratori, indipendentemente dalle dimensioni delle imprese, nonché un sistema di formazione continua efficace ed orientato ai fabbisogni formativi dei differenti settori produttivi e dalle esigenze di riqualificazione dei lavoratori.
Esiste poi il problema della disoccupazione: in Italia tra servizi pubblici e privati per il lavoro non si copre il 30% delle assunzioni. Da una parte è necessario agire sugli incentivi per l’assunzione, indipendentemente dall’età, nei primi anni di ingresso, occorre razionalizzare le circa 10000 qualifiche censite dall’Istat dall’altra è necessario rendere trasparente e visibile l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. I servizi per il lavoro pubblici strutturati sui Centri per l’Impiego hanno funzionato sul lato dei nuovi servizi di orientamento, di informazione sulle opportunità formative e sugli strumenti di politica attiva del lavoro…ma non sono riusciti a catturare l’interesse delle aziende intenzionate ad assumere. Cosa che per costi aziendali maggiori dovuti alle commissioni per le agenzie di lavoro private, spesso neppure le ex agenzie interinali riescono a fare.
Il mercato del lavoro italiano è basato sul passaparola, chiunque volesse sapere se l’azienda di una città vicina volesse assumere un dipendente non sarebbe in grado di avere tale informazione senza avere a disposizione una rete di informazioni e di informatori utili.
Conoscere i profili richiesti e le aziende che assumono è oggi un elemento di democrazia: chi ha le informazioni ha maggiori opportunità. I luoghi dove reperire tali informazioni dovrebbero essere i Centri per l’Impiego: si dovrebbe chiedere (come già oggi avviene per i contratti di soggiorno) alle aziende di pubblicizzare la propria intenzione di assumere comunicandola obbligatoriamente al servizio pubblico. L’azienda potrà poi assumere chi vuole, ma avrà a disposizione un numero maggiore di candidature. Allo stesso modo, dovrebbe potersi rivolgersi a servizi di ricollocazione di personale in grado di far fronte alle crisi aziendali ed evitare ai lavoratori (ed alla collettività) periodi di disoccupazione indennizzata a volte lunghissimi. Si dice spesso che i servizi pubblici per il lavoro non funzionino…finchè avviene (come anche nel caso mio e dei miei colleghi) che tali servizi vengano gestiti in larga parte da personale precario, mal pagato e costantemente frustrato dalla scadenza contrattuale, tali servizi non potranno che contare sulla buona volontà degli operatori, senza mai strutturarsi e diventare definitivamente un punto di riferimento per lavoratori e mondo produttivo.
L'autore si occupa di politiche attive del lavoro, orientamento e formazione professionale da circa 11 anni (con contratti precari) presso i servizi per l'impiego ed ha al suo attivo oltre 1000 ore di docenza presso agenzie private. è laureato in Scienze Politiche con tesi di Laurea sulla Formazione Professionale come strumento di Politica attiva del Lavoro, ha conseguito un Master Universitario di II livello su Orientamento e Formazione e diversi corsi di specializzazione e aggiornamento, anche a livello europeo.
| inviato da
christian biagini il 7/2/2012 alle 13:55 | |